Kant

I pilastri del pensiero moderno

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Pochi autori nella storia della filosofia sono stati così criptici e ostici come Immanuel Kant. Eppure, altrettanto rari sono i casi che hanno avuto ripercussioni tanto deleterie sul pensiero umano.
Si dice che Lampe, devoto servitore di Kant, abbia scrupolosamente letto ogni riga pubblicata dal maestro, ma che quando Kant pubblicò la Critica alla ragion pura il servo ne iniziò la lettura senza però terminarla, poiché se lo avesse fatto, affermò, sarebbe stato internato in un ospedale psichiatrico. Da allora, molti altri studenti hanno condiviso queste sue parole.
Ora, io credo che questo astratto professore, che scriveva in modo astratto a proposito di questioni astratte, sia la causa primaria dell’idea che oggi minaccia la fede (e di conseguenza le anime) più di ogni altra: l’idea che la verità è soggettiva.
I semplici paesani di Konigsburg, in Germania, dove Kant nacque e scrisse le sue opere nell’ultima metà del 18° secolo, lo capirono meglio di egregi professori. Chiamavano Kant “il distruttore” e davano ai propri cani il suo nome.
Kant era un uomo mite, pacifico e devoto, così puntuale che i vicini regolavano l’ora basandosi sulla sua passeggiata quotidiana. L’intenzione di fondo della sua filosofia era delle più nobili: egli intendeva ridare all’umanità la dignità persa in un mondo scettico soggetto ai dettami della scienza.
La nobiltà di tale intento si rivela chiaramente attraverso un aneddoto: un giorno Kant assisteva alla lezione di un astronomo materialista sul posto dell’uomo nell’universo. L’astronomo concluse il suo discorso: “Ora risulta chiaro che, dal punto di vista dell’astronomia, l’uomo è un essere insignificante”. A queste parole Kant replicò: “Professore, lei dimentica il punto fondamentale: l’uomo è l’astronomo!”.
Tra tutti i pensatori Kant fu colui che diede maggiore impeto all’avvenimento che caratterizza l’epoca moderna, ovvero il passaggio dall’oggettività alla soggettività. Tutto questo non sembra sollevare alcun problema, fino al momento in cui si comprende che per Kant questo significava una completa ridefinizione della verità stessa come soggettiva. Ora, le conseguenze di questa idea sono state catastrofiche.
A chi è capitato di discutere della propria fede con un non credente sa per esperienza che l’ostacolo maggiore che si oppone alla fede oggi non è rappresentato dalle oneste obiezioni intellettuali, quali ad esempio il problema del male o il dogma della Trinità, ma piuttosto l’idea che la religione non ha nulla a che vedere con la realtà concreta e la verità oggettiva. Secondo questa prospettiva ogni tentativo di convincere un’altra persona che la propria fede è vera, oggettivamente vera, vera per tutti, è un’inammissibile arroganza.
In questo senso, il campo di azione della religione è la pratica, non la teoria; i valori, non i fatti; qualcosa di soggettivo e di privato, non l’oggettivo e il pubblico. Il dogma sarebbe allora un “extra”, un extra negativo, poiché alimenta il dogmatismo. Religione, insomma, equivarrebbe a etica, e dal momento in cui l’etica cristiana e quella delle maggiori religioni sono molto simili tra di loro, essere cristiano o meno non ha più alcuna importanza. L’unica cosa che conta è essere una “brava persona”. (Chi sostiene questo modo di pensare di solito ritiene anche che, a parte Adolf Hitler e Charles Manson, siamo tutti delle “brave persone.”)
Kant è in gran parte responsabile di questo modo di pensare. Ha contribuito a seppellire il connubio esistente tra fede e ragione; ha descritto la sua filosofia come un “liberarsi dalle presunzioni della ragione per fare spazio alla fede”, come se fede e ragione fossero rivali invece che alleate. In Kant si è compiuto il divorzio luterano tra fede e ragione.
Kant era convinto che la fede non è una questione di ragionamenti, prove o argomentazioni, e neppure una questione di conoscenza, ma piuttosto di sentimenti, desideri e atteggiamenti. Oggi questa idea si trova profondamente radicata nel modo di pensare della maggior parte degli educatori religiosi (come gli autori di catechismi e i teologi), che hanno distolto lo sguardo dalla fede nuda e cruda, dai fatti oggettivi narrati nelle Scritture e riassunti nel Credo apostolico. Hanno fatto divorziare la fede dalla ragione, per farla sposare con la pop psychology. E tutto questo a causa di Kant e della sua filosofia.
“Due cose mi riempiono l’animo di ammirazione: il cielo stellate sopra di me e la legge morale dentro di me”, diceva Kant. Quello che colpisce e meraviglia l’uomo nell’intimo è anche ciò che riempie il suo cuore e dirige i suoi pensieri. È interessante notare a questo proposito come Kant sia colpito non da Dio, non da Gesù Cristo, dalla Creazione, dall’Incarnazione, dalla Risurrezione e dal Giudizio, ma “dal cielo stellato e dalla legge morale”. Il “cielo stellato” è l’universo fisico così come viene inteso dalla scienza moderna. Kant relega qualsiasi altra cosa all’ambito della soggettività. La legge morale non è fuori, ma dentro, non è oggettiva, ma soggettiva. Non si tratta di una legge naturale che viene da Dio e stabilisce in modo oggettivo ciò che è giusto o sbagliato, ma piuttosto una legge che l’uomo si è fatto da solo e alla quale decide spontaneamente di essere vincolato (ma se ci vincoliamo da soli, siamo realmente vincolati?). La morale non è altro che una questione di pura intenzione personale, e non ha altro contenuto se non la Regola d’Oro (“l’ imperativo categorico” kantiano).
Per Kant, se davvero la legge morale venisse da Dio e non dall’essere umano ne risulterebbe che l’uomo non è libero, nel senso di autonomo. E in questo Kant aveva perfettamente ragione. Tuttavia, secondo lui l’uomo deve essere autonomo, per questo la legge morale non può che scaturire da se stesso. La Chiesa, partendo dalle stesse premesse, insegna invece che la legge morale viene da Dio, e che per questo l’uomo non è autonomo: è libero di scegliere se obbedire o disobbedire alla legge morale, ma non di creare lui stesso la legge.
Sebbene Kant si definisse cristiano, egli negava apertamente la possibilità di giungere alla conoscenza dell’esistenza (1) di Dio, (2) del libero arbitrio, (3) dell’immoralità. Sosteneva che dobbiamo vivere come se questi tre concetti esistessero, perché questo è l’unico modo che ci permette di vivere seriamente la morale. Senza queste tre idee non praticheremmo mai la morale, per questo è necessario crederci. In questa giustificazione della fede per ragioni meramente pratiche c’è un errore fatale: Kant crede in Dio non perché esiste, ma perché è utile. Perché non credere a Babbo Natale, allora? Se fossi Dio preferirei un ateo onesto ad un credente disonesto, e dal mio punto di vista Kant non è altro che un credente disonesto, dal momento che l’unico buon motivo per credere a qualcosa, è che sia vera.
Da generazioni quelli che cercano di presentare la fede cristiana nel senso kantiano, come un “sistema di valori” e non come la Verità, falliscono nel loro intento. Dal momento in cui il mercato offre così tanti “sistemi di valori” meno esigenti dal punto divista morale, e dal bagaglio teologico meno ingombrante e complicato, perché scegliere proprio la variante cristiana?
Riguardo a questo Kant cedette le armi abbandonando il campo di battaglia. Credeva nel grande mito dell’Illuminismo settecentesco (quanta ironia in questo nome!): il trionfo della scienza newtoniana e l’adattamento del cristianesimo ai nuovi spazi, all’interno del panorama intellettuale ridisegnato dalla scienza. L’unico posto rimasto era la soggettività.
Questo significava dunque interpretare come un mito, o addirittura ignorare, alcune delle affermazioni fondamentali del cristianesimo a proposito del supernaturale e il miracoloso. La strategia messa in pratica da Kant non è molto diversa da quella di Rudolf Bultmann, il padre della “demitologizzazione”, l’uomo che forse più di chiunque altro è responsabile di avere fatto perdere la fede a tanti studenti degli istituti cattolici. La sua teoria critica del Vangelo, abbracciata da molti emeriti teologi, riduce le affermazioni dei testimoni oculari dei miracoli a dei semplici miti, “valori” e “pie interpretazioni”.
Bultmann sosteneva che nel cosiddetto conflitto tra scienza e fede “la visione scientifica del mondo trionferà e affermerà i suoi diritti su ogni di teologia, per quanto autorevole sia, che si trovi in conflitto con essa.” Ironia della sorte, questa stessa “visione scientifica del mondo” della fisica newtoninana, venerata da Kant e Bultmann come assoluta e immutabile, è stata oggi quasi universalmente respinta dagli scienziati stessi!
“Come conoscere la verità?”, era la domanda fondamentale del filosofo tedesco. Nella sua giovinezza egli aveva accettato la risposta del Razionalismo, per il quale la conoscenza della verità avviene non grazie ai sensi, ma attraverso l’intelletto, che possiede le sue proprie “idee innate”. In seguito Kant lesse degli scritti di David Hume, che, come lui stesso ricorda lo “svegliò da un sonno dogmatico”. Come gli altri empiristi, Hume credeva che la verità è conoscibile esclusivamente attraverso i sensi, e che non esiste alcuna “idea innata”. Queste premesse, tuttavia, condussero Hume allo Scetticismo che nega una qualsiasi possibilità di conoscenza certa della verità. Ma per Kant sia il “dogmatismo” dei razionalisti, che lo scetticismo degli empiristi, erano risposte inaccettabili. Per questo propose una terza strada.
C’era una terza possibilità a portata di mano, sin dai tempi di Aristotele. È la filosofia del buon senso: il Realismo. Secondo la filosofia realista la verità è conoscibile attraverso sensi e intelletto, a patto che questi agiscano insieme ed in modo corretto, come le due lame di una forbice. Kant, tuttavia, invece di fare ritorno al Realismo tradizionale, inventò una nuova teoria della conoscenza chiamata Idealismo. Definì questo suo nuovo sistema filosofico una “rivoluzione copernicana”. Il modo più semplice di definirlo è Soggettivismo, e consiste nel ridefinire la verità stessa in quanto soggettiva e non più oggettiva.
Tutti i filosofi prima di Kant ritenevano che la verità fosse oggettiva. È proprio ciò che intendiamo quando adoperiamo comunemente il termine “verità”: conoscere ciò che è, la conformazione della mente alla realtà oggettiva. Alcuni filosofi (i razionalisti) pensavano che questa conoscenza fosse raggiungibile attraverso l’intelletto. Altri, (i primi empiristi come Locke) pensavano invece che la realtà fosse conoscibile attraverso i soli sensi. Hume, empirista scettico, credeva invece che la conoscenza stessa non fosse raggiungibile in nessun modo. Kant negava il presupposto comune a queste tre filosofie in opposizione, ovvero il fatto stesso che la verità vada raggiunta, che verità significhi adesione al reale. La “rivoluzione copernicana” di Kant suppone invece che sia la verità a conformarsi al reale. “Fino ad ora si è pensato che la nostra conoscenza debba conformarsi agli oggetti… assumendo l’ipotesi contraria, ovvero che gli oggetti del pensiero debbano aderire alla nostra conoscenza, noi potremo avanzare nel progresso.”
Kant sosteneva che ogni nostra conoscenza è soggettiva. E questa stessa conoscenza di cui parla, è anch’essa soggettiva? Se lo fosse, anche la conoscenza di questo stesso fatto sarebbe soggettiva, e così via, fino a creare una infinita serie di specchi che si riflettono l’un l’altro. La filosofia di Kant è una filosofia perfetta per l’inferno. Forse i dannati pensano tutti di non trovarsi veramente all’inferno. Forse credono sia solo frutto della loro mente. E forse hanno ragione. Forse, in fondo, l’inferno è proprio questo.